venerdì 30 marzo 2018

Invisibili

Sono stati per anni al centro della polemica politica, diventando – apparentemente – il problema principale della città. Hanno costituito l’“emergenza” per antonomasia, tenuta viva a colpi di campagne mediatiche sulla sicurezza, sgomberi a spirale e roboanti proclami degli amministratori di turno. Ora non se ne parla più. Da un lato chi amministra la città ha trovato vie più decenti e costruttive per affrontare il tema, dall’altro chi sta all’opposizione ha scoperto bacini più promettenti e consistenti per alimentare la propria retorica. E così i rom sono spariti dalla scena; ma sono effettivamente scomparsi o si sono solo sottratti ai riflettori? A questa domanda ha risposto recentemente una ricerca promossa dell’Università Bicocca di Milano e dall’unità mobile dell’Osservatorio Rom di Caritas Ambrosiana.

E la risposta è netta: le persone rom esistono ancora, sono ancora migliaia in città, ma si sono semplicemente diffuse in una miriade di insediamenti spontanei. Sottraendosi così all’occhio di bue più malevolo e interessato.
L’indagine, compiuta lungo tre anni da un’equipe di 5 operatori con uscite periodiche settimanali, ha permesso di recensire a Milano e nei territori più prossimi alla città 134 insediamenti spontanei, con una popolazione complessiva di circa 2.700 persone di etnia rom, per il 71% di cittadinanza rumena, 10% italiana, 9% bosniaca.

Abitati da gruppi anche inferiori a 15 individui e comunque mai superiori ai 30, appartenenti tutti alla stessa famiglia o a famiglie legate da rapporti di amicizia, questi insediamenti hanno la caratteristica di mimetizzarsi nell’ambiente urbano. Infatti si trovano tutti in aree periferiche, in più della metà dei casi in luoghi nascosti e marginali e pericolosi per chi vi abita: in prossimità di ferrovie (22%), autostrade (24%), fiumi e canali (11%), aree abbandonate nei quartieri (17%), campi agricoli (21%).
Inoltre sono caratterizzati da soluzioni abitative estremamente precarie: per lo più tende e baracchine.
Nel 44% dei casi il livello di degrado è alto; nel 56% le aree di insediamento espongono i rom a situazioni rischiose o insalubri. 

Secondo Caritas Ambrosiana la polverizzazione e la precarizzazione degli insediamenti informali non sono il risultato di una scelta elettiva da parte dei rom o l’espressione di una loro modalità di vita, ma rappresentano una strategia di “sopravvivenza”. Potendo essere allestiti in zone meno visibili e più difficilmente raggiungibili, proprio in virtù delle loro modeste dimensioni, questi insediamenti suscitano infatti meno allarme sociale e quindi sono più raramente soggetti all’intervento della forza pubblica.

E dunque fine della storia? Niente affatto, anzi: secondo Caritas Ambrosiana proprio questa condizione di estrema precarietà abitativa e sociale è stata superata quando alle famiglie sono state offerte delle concrete opportunità. L’integrazione è quindi possibile ed è desiderata dagli stessi rom.

Da qui la proposta. I rom non sono marziani: vanno trattati alla stregua di qualsiasi altro migrante e quindi inseriti nelle politiche abitative comuni previste per i soggetti più deboli a prescindere dalla loro nazionalità, appartenenza etica, credo religioso, in conformità con il dettato costituzionale.

«Sui rom – è la conclusione - Milano ha finalmente abbandonato la retorica dell’emergenza. Proprio gli interventi più seri realizzati in città dimostrano che l’integrazione è possibile. Servono allora progetti mirati, continuativi e incentrati sulla dignità delle persone». 

Oliviero Motta

3 commenti:

  1. I riflettori li indirizzano volutamente verso certe realtà piuttosto che altre per una loro questione di comodo, sono realtà sempre esistite.

    RispondiElimina
  2. I riflettori li indirizzano volutamente verso certe realtà piuttosto che altre per una loro questione di comodo, sono realtà sempre esistite.

    RispondiElimina
  3. Grazie Oliviero! Un altro problema enorme che hanno molti rom è il non riconoscimento della cittadinanza. Ciò gli impedisce di "esistere" e di costruirsi un futuro. A Firenze abbiamo diverse famiglie i cui genitori e figli sono nati in Italia, ma i nonni sono originari della ex-Jugoslavia (di solito Serbia / Kosovo, alcuni addirittura Croazia). I nonni non possono rinnovare i passaporti perché la Serbia e la Croazia, in quanto di etnia rom, non li riconoscono come connazionali (i croati sarebbero cittadini europei!!) e a figli e nipoti non vengono rilasciati per lo stesso motivo. Generazioni di persone senza nazionalità, che non vengono nemmeno riconosciute come apolidi, perché nessuno Stato mette nero su bianco la non volontà di riconoscerli come connazionali. La loro richiesta di passaporto giace anche per anni negli uffici consolari e gli dicono di andare in patria a fare dei documenti per farsi attestare la nazionalità. E poi? Come tornano in Italia? L'ambasciata serba a Roma pretende che i rom, anche se kosovari, parlino serbo, tanto per spiegare quale è l'atteggiamento nei loro confronti. Ma l'Italia non concede la cittadinanza italiana nemmeno a chi è nato da genitori nati in Italia. Un dramma nel dramma che con questo Governo non credo abbia nessuna prospettiva di una soluzione.

    RispondiElimina