mercoledì 6 dicembre 2017

La cattedra del té

Quando le ho sentite parlare mi è piaciuto molto lo stile: concreto, senza fronzoli. Poi sono andato a leggermi i testi e le ho apprezzate ancora di più. Loro sono operatrici e volontarie della Caritas di Bologna e la loro iniziativa ha un nome semplice: il Tè delle tre.

Descrivere il Tè delle tre è facile, al limite del banale: un gruppo di persone che una volta al mese si ritrova a bere il tè. E mentre inzuppa le ciambelle nelle tazze, parla.
Solo che il gruppo che si ritrova è decisamente particolare: si tratta degli “utenti” del centro d’ascolto della Caritas diocesana. Gente che ha vissuto e vive tuttora storie di esclusione sociale molto pesanti, tra carcere, vita di strada e problemi di salute mentale.

Come spesso avviene, la sperimentazione nasce per caso: l’invito da parte di una rivista di settore a dare voce e visibilità alle idee delle persone che frequentano il centro d’ascolto della città. Le volontarie si sono interrogate a lungo su cosa fare e alla fine hanno messo in piedi questo appuntamento a tema. E gli argomenti affrontati sono stati subito decisamente ambiziosi: la sobrietà, il “dare l’esempio”, l’accoglienza, la misericordia, la parabola degli operai nella vigna.
I report degli incontri, pubblicati sulla rivista, non nascondono dubbi amletici e problemi, qualche delusione. La voce narrante riferisce senza infingimenti tutti i timori e gli inciampi di una sfida davvero notevole, quella di mettere uno stop alla deriva prestazionale e assistenzialistica e di dare tempo e spazio alle persone in quanto tali: “Questa proposta ci è sembrata un’occasione d’oro per iniziare qualcosa di nuovo e di bello anche per noi operatori: non siamo più coloro che “aiutano”, ma siamo noi ad aver bisogno di essere aiutati a capire. Per una volta, le persone possono venire al centro non spinte da una necessità materiale o esistenziale, ma semplicemente perché invitate a raccontarci il loro punto di vista”.
E’ così che nasce questo piccolo rito che si trasforma in breve in una piccola martiniana “cattedra degli assistiti”, in cui i ruoli si invertono e centrale diventa quella sapienza concreta, appresa dall’esperienza quotidiana, dalle vicende più toste della vita.

Prendiamo ad esempio il tema della sobrietà. La voce guida ci dà conto delle perplessità dell’ultimo momento: «Sono molto preoccupata per il prossimo tè. Ho paura che sia un argomento troppo delicato per i nostri amici. Troppo difficile. Questo tema non mi piace: come si fa a parlarne con loro senza ferirli, senza offenderli?»
Ma poi: “il primo a parlare di getto è Maurizio che ci spiazza con la sua semplicità intelligente: «Più acqua e meno vino!». D’incanto si scioglie anche la tensione interna: i nostri amici sono maestri di vita vera e di ogni cosa riconoscono anche l’altro lato, spesso quello più genuino e diretto; proprio quello che in genere a noi sfugge, complicati come siamo. Possiamo stare tranquille: qui c’è solo da imparare. Maurizio ci legge nel pensiero e aggiunge: «C’è anche una sobrietà delle parole. Parlare meno e ascoltare di più». Partito lui, gli altri si fanno coraggio: «Sobrietà è essere lucidi». «Non ostentare, essere discreti, avere stile», «Sobrietà è mantenersi capaci di ragionamento». Il giro continua: «Sobrietà è voler bene a se stessi e agli altri». «Rispettarsi ed essere rispettati». «Umiltà e mitezza». «È autocontrollo». «Rispettarsi ed essere rispettati»”.

Parole sostanziose, dice la nostra voce narrante.

Ma il bello è che, qualche volta, basta poco.
Una bevanda calda, delle ciambelle; e - soprattutto - la disponibilità, reale, a lasciare vacante la cattedra.

 

Oliviero Motta

1 commento:

  1. la semplicità è rivoluzionaria in contesti complessi

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