martedì 19 dicembre 2017

Il puzzle di una vita

Quando si organizza un incontro per commemorare una persona scomparsa da poco, il rischio di cadere nella retorica si apposta dietro l’angolo e ti aspetta al varco. Evitare di incensare e idealizzare è quasi impossibile.
Questo pomeriggio ci abbiamo tentato, assiepati in una delle sale del centro parrocchiale, per ricordare la presenza tra noi di don Gian Paolo: prete e vicario episcopale con la passione per i poveri e per le attività a loro favore. Lo schema è stato semplice: sette testimonianze di persone che lo hanno conosciuto, alternate alla lettura di suoi scritti per occasioni pubbliche.

Ci si è commossi, e tanto. Ma si è anche sorriso e riso. Perché nel corso dell'incontro è venuto fuori proprio lui, com'era fatto. La sua voglia di tenere insieme le realtà sociali ed ecclesiali, la capacità di sostenere i percorsi personali, la sua cordialità e quell’arguzia e quella furbizia che lo faceva uscire con eleganza anche da situazioni che per altri sarebbero state fonte di qualche imbarazzo.
Quello che ha sorpreso molti è lo scoprire che dietro tanti servizi e iniziative c’era lui: che convocava, proponeva, incoraggiava, sosteneva, metteva insieme. Un processo che si è puntualmente ripetuto nel corso del tempo, nel tentativo di rispondere ai problemi che si presentavano agli occhi della comunità, ecclesiale e civile.

Ecco allora la bottega del commercio equo e solidale, il laboratorio di sartoria per le donne della comunità rom, la mensa della Caritas per dare un pasto caldo ai più marginali, l’educativa di strada per i senza fissa dimora, il dormitorio invernale per contrastare la ciclica “emergenza freddo” che torna ogni anno a infierire su chi rimane per strada, la cooperativa sociale per coordinare e gestire questi e tanti altri progetti.

Progetti nati spesso da zero, “solo” dalla lettura di un bisogno appena scorto e dalla volontà precisa di non guardare altrove, di non oltrepassare. Di farsi prossimo. Senza però apparire, senza protagonismi o auto-centrature clericali, ma anzi chiamando i laici a mettersi insieme e a organizzarsi.
Le sette persone che intervengono, senza essersi parlate o coordinate prima, illustrano proprio questi processi di coinvolgimento e organizzazione semplici, ma fertili e vigorosi, che hanno generato servizi che durano da più di un decennio e continuano a crescere.

Si ha la netta sensazione che ciascuno dei testimoni abbia portato con sé un pezzo di puzzle. Un puzzle semplice, non un rompicapo composto da centinaia o migliaia di piccoli frammenti tra i quali è difficile raccapezzarsi; piuttosto un puzzle di quelli che possono utilizzare anche i bambini più piccoli: una decina di pezzi, semplici, dai colori primari, che illustrano la scena di un cartone animato. Winnie the Pooh, Biancaneve, Frozen.  Ma quando le incastri nel modo giusto, quelle poche macchie di colore compongono un quadro di fronte al quale – come un bimbo - puoi anche rimanere a bocca aperta. E pensare: però, hai capito il don GP!
 “E’ necessario saper progettare e sognare una Città che parta dal basso, dagli ultimi. Come in ogni famiglia si fanno i passi rispettando la persone più fragili e più deboli, i bambini, gli anziani, coloro che sono in difficoltà, così nella grande famiglia della nostra Città è necessario, per camminare insieme, stare al passo di chi è maggiormente in difficoltà, di chi ha poche risorse, di chi si sente smarrito e solo perché giunto tra noi da lontano e incapace di orientarsi”.
Grazie don GP. Cercheremo di stare a questo passo.

Oliviero Motta

1 commento:

  1. i progetti importanti sono solo quelli nati dalla lettura di un bisogno reale tutto il resto è speculazione.

    RispondiElimina