giovedì 9 novembre 2017

Sono umile di mio

Alberto si avvicina all’ Emporio un po’ titubante. Sa che non siamo in orario d’apertura, e quindi scruta dalla vetrina per vedere se io sono già dentro. Il fisico asciutto, non troppo alto, uno sguardo diretto, di un azzurro limpidissimo.
All’interno si guarda attorno con l’occhiata del cliente abituale, di quello che viene a fare la spesa almeno ogni due settimane, e quindi conosce gli scaffali: pasta, sughi, pannolini, tonno, detersivi, scatolame, latte, biscotti,  carta igienica.


All’Emporio della solidarietà della Caritas si fa la spesa gratuitamente, grazie a una tessera caricata con punti a scalare. Non gira denaro, non ce n’è bisogno. Anche se i clienti arrivano qui perché hanno davvero tanto bisogno.
Anche per Alberto, come molti, tutto è cominciato con la separazione dalla moglie. Il tradimento, e subito il taglio netto,  reso più doloroso da un conflitto durissimo con la ex moglie, da una guerra che neanche i Roses.

E’ da lì che sono cominciate le difficoltà: l’affitto da affrontare da solo, i costi del mantenimento,la vita da ricostruire, due figli di mezzo.

Alberto si è guardato intorno, e all’inizio una mano gli è arrivata dalla cerchia più vicina: torna per tre mesi dai genitori, che lo sostengono per le prime spese importanti. Nel suo nuovo caotico assetto, cerca di conservare il suo posto di tecnico specializzato, collaudatore.
Ma, si sa, i casini non si presentano mai uno alla volta. E così Alberto, finisce in cassa integrazione a zero ore. Mentre parla del suo lavoro e della sua azienda percepisco chiaramente tutto il suo orgoglio di uomo che si è fatto da sé; la fierezza del garzone che scala le gerarchie della ditta e arriva ad occupare un posto di tutto rispetto. Ma dopo dodici anni di lavoro, in un’azienda che aveva allora 350 dipendenti, si ritrovano a malapena in 120, la metà in cassa integrazione.

E allora, che fare? Un vicino di casa di Alberto gli parla della Caritas. E lui, con la consueta determinazione, ci va al volo. Non ha avuto incertezze, né vergogna. “Forse – mi dice senza ombra di autoironia – perché sono umile di mio. Sono uscito di casa a diciott’anni e ho sempre fatto scelte in autonomia, concrete. L’appartamento, le scelte professionali, la mia famiglia. Finché ho potuto ho fatto anche beneficienza e solidarietà, donando qualche euro a chi me lo chiedeva. Insomma, andare alla Caritas è stata una scelta come le altre nella mia vita, naturale. Prima donavo, poi ho avuto la necessità di chiedere aiuto. Sì, beh, diciamo che un po’ di pudore c’è stato,  soprattutto perché al Centro d’ascolto ci sono un sacco di extracomunitari, e questo ti mette a diretto confronto con una realtà, diciamo… diversa dalla nostra”.

Per qualche mese Alberto ritira il suo pacco di aiuti alimentari e poi approda all’Emporio: “Dal ricevere il sacchetto a fare la spesa, ho fatto un bel salto. All’inizio ero basito. Mi dicevo: ma chi diavolo l’ha pensata e creata, questa cosa qui. Ci deve essere sotto un gran lavoro…”.

Tra un paio di mesi finirà il suo percorso  annuale all’Emporio; dovrà restituire la tessera a punti.
Nella nostra chiacchierata accenno al tema con un po’ di timore, chiedo di come veda il futuro.

Alberto si fa una risata di gusto, trascinante; poi spalanca i suoi occhi azzurri e mi dice che si sente come bloccato, che non sa, che vede buio. Che le voci sull’azienda non sono buone. Che il reintegro, previsto per il prossimo gennaio, è dubbio.

Il suo sguardo dice che però è pronto a cercare altre strade. 
Come sempre, senza paura e coi piedi per terra. 
Umile di suo.


Oliviero Motta

2 commenti:

  1. Grazie Oliviero! Leggo sempre volentieri i tuoi post (e li diffondo spesso su Fb) perché parlano della vita vera e dell'attenzione verso il prossimo! Anna

    RispondiElimina
  2. umiltà è la virtù delle grandi persone che hanno sempre sguardo diretto un sorriso e un parlare chiaro - ne ho incontrate poche di persone così

    RispondiElimina