mercoledì 22 novembre 2017

Il rifugiato ideale

L’accoglienza diffusa di rifugiati nelle parrocchie è un’opportunità per fare conoscenza  con persone in carne ed ossa, che si possono guardare negli occhi. I piccoli numeri permettono infatti la costruzione di relazioni dirette e di progetti di accompagnamento e inclusione cuciti su misura. Per scoprire che – guarda un po’ – i rifugiati sono esattamente come noi. Un passaggio tutt’altro che scontato sia per chi pensa che siamo ormai invasi da un’orda dedita solo all’ozio e all’illegalità, ma anche per chi parte da un’idea romantica e idealista del rifugiato e quindi dell’esperienza dell’accoglienza.

Oggi parliamo proprio di questo tema, con il parroco locale e con i volontari che da un annetto seguono l’accoglienza in un appartamento vicino alla chiesa. Una piccola casa di corte, che ha già ospitato due giovani pakistani e che ora è abitata da una seconda coppia di profughi, appena arrivati.
La prima esperienza, chiusa alla fine dell’estate, è stata un po’ deludente. Nel senso che i due giovani pakistani hanno colto l’occasione di un’accoglienza più intima, rispetto ai grandi centri di raccolta, per dare una svolta molto autonoma alla propria vita. Hanno vissuto da pendolari: di giorno coinvolti in attività lavorative procurate dalla comunità pakistana delle cittadine confinanti, di notte a dormire nella casa vicino alla chiesa. Hanno cercato, come fanno tutti i migranti, dei punti di riferimento nei connazionali e hanno seguito il loro sentiero di vita, fino alla fine del percorso d’accoglienza. Insomma, non erano molto interessati a farsi coinvolgere dai volontari della parrocchia nelle attività locali, facevano pochi progressi nella lingua italiana; non hanno mai creato  problemi a nessuno, ma – diciamo così – non hanno mai dato soddisfazione al contesto che, in teoria, doveva affiancarli e sostenerli.

E’ un passaggio un po’ faticoso da digerire da parte di chi, appunto, si lancia con entusiasmo nell’accoglienza. Ma è un’esperienza molto utile per comprendere che la relazione che si crea non è differente da tutte quelle che sperimentiamo “tra di noi”, quando incontriamo persone più o meno socievoli, più o meno riconoscenti, tanto o poco rispondenti alle nostre aspettative.
Passare dall’attesa di una gratificazione alla disponibilità gratuita è il passaggio richiesto a tutti coloro che fanno volontariato e spesso segue un attento lavoro sulla propria postura di fronte al mondo e una buona consapevolezza di sé.

Ma, per fortuna, qualche volta l’accoglienza parte con un piede diverso da quello descritto fin qui.
E’ il caso di Islom, uno dei due nuovi ospiti di questa parrocchia. Le educatrici professionali che sostengono l’accoglienza lo vanno a chiamare e capisco il perché: entra con un passo allegro e veloce e subito si scusa, in un italiano già discreto, perché non è vestito per l’occasione. Si presenta, descrivendo brevemente la sua esperienza di rifugiato dall’Uzbekistan, da cui è stato costretto a fuggire. Parla in inglese, ma riesce a infilare qua e là, guardando tutti e ognuno, frasi in italiano che sono miele e ossigeno per i nostri volontari: “L’Italia è il paradiso e voi siete tutti angeli”.

Nel giro di qualche minuto si accorda per entrare a far parte del gruppo di donne che ogni settimana pulisce la chiesa: “così mi darò da fare, perché non va bene stare con le mani in mano. Tanto in tv non danno niente di buono”.
Per imparare l’italiano, chiosano le educatrici, preferisce leggere il Sole24Ore.

Benvenuto Islom, rifugiato ideale.


Oliviero Motta

3 commenti:

  1. Nutro diffidenza verso le attività di accoglienza gestite da clericali, Islom è una persona intelligente si evince da molti comportamenti e le persone intelligenti non vivono bene in Italia indipendentemente dall'essere rifugiati o meno.

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  2. Amara riflessione che pur nella sua verità mi spinge a resistere lavorando per sovvertire questa situazione apparentemente immodificabile. Lo sento come un debito di riconoscenza per quello che ho avuto dalla vita,nei confronti sia delle future generazioni che verso gente venuta da lontano che sicuramente ha vissuto situazioni nenche lontanamente paragonabili al disagio della realtà socio-economica dell'Italia.

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  3. Questa storia ci dice quanto sia importante stare in mezzo, ovvero accompagnare i rifugiati verso un cammini di autonomia, mettendo nel conto che qualcuno è disposto a camminare insieme a noi, altri trovano o pensano di trovare altre strade. Stando nel mezzo, anche con fatica, si può accogliere entrambi gli opposti e non inseguire il mito del rifugiato ideale

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