martedì 10 ottobre 2017

Ma allora si può

Abbiamo talvolta bisogno di una voce che ci confermi che la cosa che abbiamo in mente “si può fare”, che il desiderio che cova dentro di noi non è poi così campato per aria, ma in qualche parte del globo è diventato una realtà. Imperfetta, naturalmente, come tutte le realizzazioni umane; ma vera. 
Ecco, questo è l’effetto che mi ha fatto leggere la ricerca dell’agenzia Metodi e della Caritas diocesana di Bologna: “Dentro i passi – Un anno di accoglienza: percorsi individuali e rigenerazione di comunità”. Si tratta della rielaborazione dell’esperienza di accoglienza diffusa di persone rifugiate sul territorio felsineo (“Pro-tetto, rifugiato a casa mia”): famiglie e parrocchie che hanno messo a disposizione locali e appartamenti e si sono giocate in prima persona nell’accompagnamento di giovani africani in uscita dai Centri d’accoglienza straordinari collettivi.

Siamo ormai consapevoli che l’onda intollerante e razzista che si è generata in questi ultimi mesi si vince solo se avremo la capacità di costruire esperienze di accoglienza capillari. Sappiamo ormai che solo la conoscenza e la relazione tra poche persone, in un contesto circoscritto, sarà in grado di smantellare quell’immagine di “orda” costruita ad arte da chi alimenta le nostre paure collettive.

In tale orizzonte risulta davvero vivificante leggere questa pubblicazione, composta a più voci: quella degli ospiti, delle parrocchie, delle famiglie coinvolte e quella degli educatori che hanno vissuto l’esperienza da un punto di vista professionale.

Ne esce un arazzo composito, che non nasconde le contraddizioni, ma che alla fine ti dice forte, appunto, che ce la si può fare.

In particolare mi porto a casa quattro spunti su cui riflettere.

Il primo: tutti abbiamo paura. Non esistono solo i nostri timori, ma anche quelli di chi viene accolto nelle strutture: paura dei “bianchi”, dei cristiani, dello sconosciuto. Percepire queste paure contribuisce a liberare un po’ il nostro sguardo.

Poi lo scambio e l’aiuto reciproco che prendono vita nei contesti feriali e ordinari della vita familiare: “perché gli affetti, la famiglia, il cibo, il tempo libero, il divertimento, il sonno e le cose da fare sono un territorio dove l’umano è più universalizzato”.

In terzo luogo il rischio del paternalismo inconsapevole di chi accoglie: “siamo consapevoli che il rischio di paternalismo che incontriamo in questa esperienza viene da lontano e affonda le radici in una secolare storia di relazioni asimmetriche tra Europa e Africa, nell’etnocentrismo e nella postura colonialista, nella lunga storia di interazioni fra bianchi (presunti superiori) e neri (presunti inferiori)”.

Infine la difficoltà di coinvolgere le comunità: “Se c’è una voce corale che emerge dalla ricerca, tranne che dai beneficiari, è la delusione per come gli ambienti parrocchiali hanno risposto. (…) Ma la ‘comunità che non c’è intorno al progetto è la cartina di tornasole di un declino già compiuto, piuttosto che un indicatore di xenofobia o razzismo. D’altra parte,  l’altro lato della crisi del legame sociale nelle nostre comunità, spesso ripiegate e impaurite, è la strepitosa opportunità di rigenerare relazioni sociali attraverso programmi di accoglienza. Essi possono raggiungere due risultati simultaneamente: favorire l’inclusione sociale di persone migranti e sviluppare la coesione sociale delle comunità ospitanti. E allora la relazione si fa più simmetrica: gli uni hanno bisogno degli altri”.

Oliviero Motta

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