venerdì 1 settembre 2017

Horror vacui

Cosa riempie la vita di un essere umano? E quale unità di misura siamo in grado di utilizzare per farcene un’idea? Noi occidentali, d’acchito, tendiamo sovente ad usare il metro della giornata: giornata colma uguale vita piena. Se vediamo uno che corre come un forsennato tra un impegno e l’altro, se registriamo l’affanno di tenere insieme diversi pezzi, allora tendiamo a pensare che quella sia una vita piena. Faticosa, certo, ma piena. Razionalmente sappiamo che non è così, l’esperienza diretta ci dice che non c’è immediata corrispondenza tra lo spazio-tempo occupato dalle faccende quotidiane e la pienezza – di senso – di un’esistenza. Ma con gli altri, quelli che scorgiamo da fuori, funziona spesso così. E altrettanto spesso, a questo riflesso condizionato corrisponde una catena di pre-giudizi contraddittori tra di loro: invidie sociali, inappellabili condanne. 

Vedo che questo meccanismo scatta implacabile quando parliamo di profughi ospitati nelle strutture d’accoglienza. L’horror vacui è un must degli incontri che facciamo con i cittadini sull’argomento. Sia quelli che caccerebbero volentieri i nostri ospiti con i forconi, sia coloro che non vedono l’ora di iniziare il loro impegno volontario accanto a loro, manifestano questo sintomo: la paura che le giornate degli asilanti rimangano vuote.
Per i volontari, talvolta diventa un assillo: “che cosa gli facciamo fare? Come riempiamo le loro giornate?”. Una delle prime cose che facciamo con i nuovi gruppi di volontari – per fortuna se ne creano numerosi, e qualche volta anche folti – è proprio lavorare su questa tendenza a riempire tutto, contrastando l’ansia di creare occasioni continue di impegno e socialità. Va da sé che si tratti di dimensioni fondamentali anche per i rifugiati, ma anche in questo caso dobbiamo riflettere un istante tutti insieme sulla dimensione della pienezza. Del vuoto e del pieno.
Come è costretto a fare Richard, il protagonista di “Voci del verbo andare”, quando parla con l’insegnate di tedesco di un gruppo di richiedenti asilo che ha cominciato a frequentare come volontario:

“Da quanto tempo insegna?

Ho cominciato quest’estate, quando gli uomini erano ancora in piazza. Studiare li tiene occupati anche oltre le ore di lezione, questo è importante. Ma a volte non riescono a concentrarsi. L’insegnante cancella dalla lavagna ciò che era rimasto scritto: Auge, Buch, Daumen.

Magari fanno fatica con la pronuncia, dice lui, e poi i verbi irregolari.

Non è questo il motivo. Nella loro vita c’è una tale inquietudine che in testa non hanno posto per i vocaboli. Non sanno che ne sarà di loro. Hanno paura. E’ difficile imparare una lingua quando non si sa a che scopo”.

 Anche questa sera siamo in tanti attorno all’enorme tavolo: più di venti candidati volontari per affiancare e accompagnare una delle numerose accoglienze diffuse per tutta la provincia milanese. E inevitabilmente c’è la corsa alle proposte per corsi di lingua, volontariato in oratorio, feste, partecipazioni a iniziative parrocchiali, lezioni di cucina. Lancia in resta, ancora prima di sapere chi saranno i quattro ospiti in arrivo nelle prossime settimane, ci si scervella per trovare attività e occasioni di attivazione.
E’ don Paolo, dopo essere rimasto in silenzio per tutta la riunione, a dire l’ultima su tutta la faccenda: “Quando arriveranno, li guarderemo in faccia, li frequenteremo e li conosceremo. Solo allora decideremo che cosa proporre loro. Se c’è la relazione, il tempo si riempie”.

Augh, grande capo. Non occorrono tante parole per colmare di senso una serata.
Se c’è la relazione, il tempo si riempie.
 
Oliviero Motta

 

 

 

 

 

 

1 commento:

  1. invidie sociali, condanne popolari, gente che corre per riempire il loro tempo quotidiano con attività inutili, relazioni sociali fittizie, buoni propositi che nascondono speculazioni e la costante società dell'apparenza va avanti come sempre....niente di nuovo.

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