giovedì 7 settembre 2017

Di fronte all'acquario

La tecnica adottata, manco a dirlo, ha un nome inglese: fish-bowl. In italiano: l’acquario. La si adotta quando a discutere di un argomento si trovano tante persone e non è possibile far intervenire direttamente tutte. In pratica, con le sedie si compongono una serie più o meno numerosa di cerchi concentrici, all’interno dei quali si colloca il circolo ristretto (tre, quattro sedie) in cui prendono posto il moderatore del dibattito e i relatori invitati a parlare. A turno una parte del pubblico può accedere al cerchio ristretto e prendere parola. Si crea così un confronto diffuso, senza però che ci sia una sequela interminabile, e noiosa, di interventi. Naturalmente l’acquario – si sta tutti intorno ad osservare e ascoltare chi ha diritto di parola – funziona quanto più chi modera è in grado di animare il confronto, sottolineare aspetti di interesse generale, porre domande e questioni per scavare dentro gli argomenti proposti.

E’ dunque così che questa mattina ci troviamo in una sessantina – operatori di enti pubblici e del privato sociale - in rappresentanza di ventisei progetti territoriali promossi dal programma “Welfare in azione” di Fondazione Cariplo. Progetti che promuovono risposte a problemi e temi diversificati (anziani, disabilità, vulnerabilità sociale, povertà, giovani), ma accomunati dall’intento di dar vita a un welfare più partecipato, aperto al contributo fattivo e creativo delle persone comuni, dei non addetti ai lavori.

Infatti oggi discutiamo proprio di questo, di come siamo riusciti finora a promuovere, appunto, il protagonismo dei cittadini all’interno dei nostri interventi sociali.
Il confronto si dipana tranquillo, cercando di mettere in luce risultati raggiunti, modalità particolari, errori da non commettere, buone prassi che possono suggerire strade di lavoro comuni a tutti i presenti.

Quello che mi colpisce più di tutto è la grande creatività che si è riusciti a porre in campo in questi primi due anni di “Welfare in azione”. Cerco di mettere un po’ in fila le esperienze e le sperimentazioni di cui sento parlare oggi e mi appare una serie multicolore di fuochi d’artificio, così lontana dal grigiore con il quale spesso si rappresenta il welfare del nostro Paese.
Così, uno dopo l’altro, pescando a caso tra gli appunti sul quaderno: giovani scout musulmani (eh sì, esistono, esistono…) che accompagnano gli anziani alle visite mediche, farmacisti che diventano facilitatori della socialità di quartiere, abitanti di cascine che recuperano a utilità comune una piazza ormai ridotta a malconcio luogo di passaggio, spazi di comunità realizzati dentro negozi sfitti da anni, sportelli sociali nei bar, laboratori di caseggiato in cui gli inquilini organizzano nuove attività di mutuo aiuto, disoccupati over 40 che recuperano sentieri montani abbandonati costruendosi una nuova professionalità, nonni che si mettono in rete per essere nuovamente utili per i bambini della città.

Che dire? Che visto da qui il nostro sistema di servizi si sta dando un sacco da fare, tutt’altro che in crisi di energia, di protagonismo e di innovazione. E’ solo uno spicchio della realtà complessiva? Certamente. Bisogna vedere quante di queste forme di partecipazione attiva resisteranno nel tempo, dopo la fine del finanziamento dei progetti? Vero anche questo.

Ma nessun sano realismo o tossico cinismo può ridurre il bell’effetto di questo caleidoscopio sociale, condensato e sprigionato in una sola mattina.

Lasciatemi davanti all’acquario, ad ammirare questa multiforme - e confortante - biodiversità.

Oliviero Motta

1 commento:

  1. infatti la creatività e partecipazione senza soldi assume un aspetto diverso, concordo sul fatto che la biodiversità è confortante, genera sollievo

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