venerdì 15 settembre 2017

Col cerino in mano

“Pizza?”. Di solito ci si dà appuntamento con un sms così, al volo. Niente saluti, pochi convenevoli, un invito diretto da cogliere subito per fissare un appuntamento a pranzo, da lì a pochi giorni. Le pizze con Patrizia sono un appuntamento periodico che ridà tono alla mia vita, un’oasi di pace in cui incontrare un’amica intelligente, appassionata, dotata di una rara capacità di cogliere e raccontare l’umanità di tutti noi. Quasi sempre avverto che il suo punto di vista, l’angolo dal quale Patrizia guarda il mondo, è un po’ anche il mio. Angolo acuto.

Il pranzo è l’occasione per aggiornarsi sulle vicende della vita, ricordare qualche “impresa” compiuta insieme in un comune impegno sociale, scambiarsi opinioni sulla politica e in generale sulla società in cui siamo immersi. Ma non si tratta di amarcord, non siamo due nostalgici sulla panchina al parco. Anzi, a titoli diversi e in contesti differenti, siamo ancora qui a correre e a impegnarci in un orizzonte che crediamo sia di promozione del bene comune; solo un po’ più disincantati rispetto a qualche anno fa, con meno zelo da primo banco, convinzioni meno granitiche su ciò che sia giusto fare. Ed è bello e buono che sia così, a cinquant’anni suonati.
Anche oggi ci vediamo alla pizzeria sotto i portici. Ho appena finito di parlare al telefono con un amministratore locale alle prese con le pressioni della prefettura perché accolga un gruppo di rifugiati sul suo territorio. Sono conversazioni lunghe, spesso segnate da urgenza e timori, da affanni e indecisioni. Probabilmente mi siedo a tavola con tutte queste cose sul volto, perché cominciamo a parlare proprio dell’ondata migratoria, dell’accoglienza, dei porti che il Governo italiano vorrebbe chiudere alle ong che raccolgono i disperati nel Mediterraneo.

Ed è proprio lì che avviene ciò che non mi aspetto. Patrizia attacca con domande del tipo: “ma siamo sicuri che gli immigrati arriverebbero se le ong non andassero a prenderli?”; “ma chi le paga le ong?”, “non possiamo aprire i porti a chi non batte bandiera italiana” .
Vengo preso in contropiede da affermazioni che, dal mio punto di vista, sono il Minniti-pensiero (ammesso che ci sia davvero un pensiero, da quelle parti); invece della “mia” Patrizia, mi hanno mandato una sosia che mi sottopone la velina governativa, l’ortodossia brancolante di partito.

Incasso le domande e cerco di rispondere, anche se non è facile resistere all’ansia montante. Con Patrizia ho condiviso anche battaglie molto scomode, controcorrente. E mi fa un po’ male dover oggi rimontare la china, pedalare in salita per recuperare un terreno comune. Cerco comunque di leggere il senso del mio piccolo attacco di panico e mi esce un “ma allora per conto di chi lavoriamo, noi?”. Il sottotesto è: se anche persone intelligenti e motivate come te se la prendono con le ong e il terzo settore che accoglie, allora non abbiamo proprio dietro nessuno.

Rimaniamo solo noi - anello debole della catena - col cerino in mano.
Poi, piano piano, la divergenza si ricompone, la forbice si richiude. Quando, insieme, riflettiamo sull’accoglienza diffusa, sulle piccole comunità che si prendono cura di tre o quattro richiedenti asilo, concludiamo che ce la si può fare. Appena riusciamo, insieme, a guardare oltre la minacciosa marea degli “immigrati”, avvertita come gruppo indistinto e compatto, allora vediamo le persone. E anche noi ci rincontriamo.

La mia ansia rifluisce. La pizza mi guarda dal piatto.

Ma il cerino, non del tutto convinto, fuma ancora.

 
Oliviero Motta

1 commento:

  1. ben vengano i dubbi perché aiutano a capire

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