venerdì 14 luglio 2017

Storytelling

Tra Scilla e Cariddi. Come fai, sbagli. E’ questa la sensazione che quasi sempre ci portiamo a casa quando parliamo del nostro lavoro di accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Non che questo ci faccia sorgere dubbi particolari o cambi di un millimetro il nostro modo di lavorare, intendiamoci. Quello che è difficile costruire è invece lo storytelling, il pubblico racconto del nostro lavoro quotidiano: un’attività fondamentale per promuovere la cultura della giusta accoglienza - e fin qui ci siamo - che tuttavia si rivela sempre difficile e complessa. Questione di calibro, di equilibrio da trovare per esprimere anche attraverso le parole quel difficile equilibrio tra opposti che, in fondo, è il nostro lavoro di educatori e operatori dell’accoglienza.


Uno dei timori più diffusi, anche in ambienti tendenzialmente favorevoli all’accoglienza, è quello di lasciare i richiedenti asilo con troppo tempo vuoto. Non ho idea se questa paura sia equamente distribuita sul suolo nazionale o se sia una caratteristica ambrosiana, uno dei tanti frutti avvelenati del nostro correre e darci da fare talvolta poco sensato. Sta di fatto che ad ogni incontro pubblico, ad ogni riunione con i volontari dell’accoglienza diffusa, emerge implacabile la domanda: “ma poi non è che rimarranno senza fare niente? Cosa gli farete fare tutto il giorno?”. C’è, ovviamente, un fondo di verità in questa osservazione, perché non è mai sano che esseri umani vengano abbandonati nell’inedia; ma sotto sotto lavora anche il timore che queste persone sconosciute abitino le nostre strade, stiano in giro e si “facciano vedere”, alimentando le paure collettive di chi sente troppo spesso ripetere la parola “invasione”.
Se c’è l’attenzione giusta, tentiamo di far riflettere i nostri interlocutori anche sul fatto che non si tratta di riempire il tempo come se fossimo in un villaggio turistico, ma che è necessario raggiungere – per i rifugiati, come per tutti – un corretto equilibrio tra tempo pieno e tempo vuoto, tra attività sociali e dimensione personale.
Se invece ci troviamo a parlare in un contesto più pubblico e più vasto, scegliamo di limitarci a illustrare le attività che promuoviamo a favore di coloro che sono ospitati nelle nostre strutture, nell’ambito del Sistema nazionale di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR).

Così abbiamo fatto ieri con un giornalista che ci è venuto a trovare. All’invito a spiegare che cosa concretamente si faccia lì dentro, Barbara – la coordinatrice del centro – ha  raccontato dei corsi d’italiano, della consulenza legale, dei corsi di formazione professionale e (dove si riesce) dell’inserimento lavorativo, dell’accompagnamento psicologico per cercare di superare i traumi del viaggio nel deserto, della permanenza in Libia e della traversata. Ha parlato delle cure mediche, a partire da quelle odontoiatriche, che è necessario fornire; ha mostrato i disegni che produce il laboratorio di arte terapia, ha illustrato le attività sportive che molti dei nostri giovani ospiti praticano nelle società dilettantistiche del territorio; infine ha presentato anche Azibo, che sta frequentando un corso per conseguire la licenza media alla fine dell’anno scolastico.
Ma anche qui, quando la passione di Barbara era ormai lanciata a mille, indicando i  traguardi che si riescono a raggiungere quando si investe concretamente sulle persone in carne ed ossa, è arrivata la doccia gelata, la domanda dell’”uomo della strada”: “ma quanti soldi ci vogliono per fare tutto questo? Ma se non ci sono per gli italiani, dobbiamo davvero spendere così tanto per gli immigrati?”

Naturalmente non siamo rimasti senza parole, abbiamo risposto cortesemente anche a questo. Stando, scomodamente, tra Scilla – non è che li lasciate a far niente, vero? – e Cariddi – perché spendiamo tutti questi soldi?

Dèi dello storytelling, aiutateci voi!
 
Oliviero Motta

 

1 commento:

  1. raccontare il lavoro che si fa è una questione delicata - sopratutto se si lavora in servizi alla persona - è necessario saper descrivere e captare le 'sfumature' del quotidiano perché sono quelle che - di fatto - fanno la differenza. Portare alla luce certi aspetti piuttosto che altri anziché parlare sempre di soldi che sono diventati un ossessione collettiva. i soldi ci sono sempre stati anche per gli italiani esattamente come le truffe.

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