7 giugno 2017

Tommy e gli altri


Terminati i titoli di coda, ti rimane dentro un turbinio di sentimenti che fanno a botte tra loro. Si azzuffano confusi e incarogniti. Perché tutto si può dire di “Tommy e gli altri”, il film realizzato dal giornalista Gianluca Nicoletti, tranne che non sia un bel pugno nello stomaco. Nella pancia dello spettatore, ma soprattutto in quella del nostro Paese, familista e improvvisatore.
Tommy è il figlio autistico di Nicoletti e il film racconta il viaggio di entrambi attraverso l’Italia, per andare a cercare  i ragazzi autistici nascosti, i “fantasmi autistici”. Già, perché tutto inizia dalla maggiore età di Tommy. Un compleanno speciale, quello dei diciott’anni, che lo rende legalmente “guarito”, spiega Nicoletti all’inizio del film. A diciotto anni, infatti, non si è più autistici:  poiché secondo la legislazione italiana esistono solo bimbi autistici e non adulti, cessano i programmi e le cure speciali. Di fatto ricade tutto sulle spalle dei genitori. Lo Stato si limita spesso a un contributo mensile e alla visita per poche ore a settimana di un addetto non necessariamente specializzato.

Padre e figlio ci accompagnano allora a scoprire altri ragazzi, altre forme di autismo, altre famiglie. Ogni vicenda familiare apre allo spettatore una prospettiva diversa, aggiunge un’informazione sul fenomeno, scoperchia problemi. Ogni incontro è una storia d’amore e dedizione, descritta però senza retorica, senza quell’atmosfera melensa che rischia di accompagnare questo genere di racconti. Gabriella è una madre che da vent’anni spedisce alla figlia Benedetta mail in inglese firmandosi Harry Potter. Benedetta confida al maghetto, in inglese, sentimenti e pensieri che alla madre non direbbe mai. Quella di Simone è una condizione più grave: ha vent’anni, dondola continuamente avanti e indietro – si chiama stereotipia – e la madre racconta quanto è difficile, fisicamente, svegliarsi di notte per accudirlo, a volte per cambiarlo da capo a piedi. Damiano ha una voce bellissima; “quando ha iniziato a cantare gli si è aperto un mondo”, racconta il padre. “Dobbiamo convincere il mondo che i nostri figli autistici sono opere d’arte; la follia è accettata solo nell’artista e solo all’artista è concesso di essere folle".
Il film è un succedersi di scene coinvolgenti, sprazzi di irresistibile comicità, sequenze commoventi. Ci sono i momenti di allegria, ma anche gli incontri con situazioni di isolamento, di integrazione difficile.

A unire tutte le vicende c’è la grande paura, quella del “dopo di noi”: che sarà di mio figlio quando io non sarò più accanto a lui?. Alcuni genitori non si rassegnano, progettano, sognano e immaginano soluzioni dove i figli potrebbero avere dignità di vita e reale inclusione sociale.
Ma Nicoletti ci lascia un messaggio tutt’altro che positivo, per certi versi disperato. Mentre scorrono le immagini finali di Tommy sulla spiaggia, la sua voce fuori campo va giù dura: “Al momento siamo certi che nostro figlio avrà un valore solo quando noi non ci saremo più; così qualcuno sarà finalmente libero di sbatterlo nella sua bella discarica per umani dai cervelli imperfetti. Penso che il capoccione riccioluto di Tommy sarà rasato a zero; diranno che è una misura necessaria per l’igiene. Ma in realtà vorranno essere sicuri di far morire per sempre anche il ricordo di ogni mia lacrima e ogni mia carezza; tutte quelle che c’ho lasciato attaccate negli anni di follia passati assieme a lui”.

Pugni allo stomaco. Per smuovere qualcosa, non solo dentro di noi.

 Oliviero Motta

 

1 commento:

  1. Italia è sempre stato un paese che nasconde i problemi quindi non è mai stato un paese affidabile per nessuno.

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