29 giugno 2017

Sconfinati

Davanti a loro, in ordine sparso, una tenda di quelle che si montano in un amen, un fornelletto da campo, una borsa sportiva, un salvagente arancione. Tutto qui. E, per sostenere il racconto, una presa da 220w e un telo da proiezione su cui far scorrere le immagini girate durante una missione sulla rotta balcanica. Sergio Malacrida e Alessandro Comino non hanno bisogno di effetti speciali per dare vita a questa serata sospesa tra teatro, racconto e reportage. Una serata di spettacolo e condivisione che vale la pena vedere una volta, per toccare da vicino e, soprattutto, farsi toccare dalle dinamiche del mondo, quelle che portano la gente a muoversi, a lasciare il proprio Paese.

Si chiama Sconfinati, e l’accento  possiamo metterlo noi del pubblico: sulla a, per indicare le persone di cui si va a parlare, oppure sulla prima i, per invitare tutti a uscire dai propri di limiti, ad allargare lo sguardo e la mente.
Lo spunto narrativo è, appunto, la missione realizzata sulla Balkan route dai due operatori di Caritas Ambrosiana a febbraio del 2016; da lì una serie  di riflessioni più generali sulle cause, sui numeri, sulle politiche di accoglienza e ingresso nell’Unione Europea.

Si parte dalla Turchia per arrivare in Slovenia attraverso le storie raccolte sul percorso in Grecia, Macedonia, Serbia e Croazia, cercando  di spiegare come ha funzionato la rotta percorsa da oltre un milione di persone in un anno e facendo  vivere, anche solo attraverso il racconto, il dramma di decine di migliaia di famiglie in cerca di un posto dove poter vivere pacificamente.
Anche stasera, in questo piccolo centro della provincia milanese, Sergio e Alessandro, come in decine di altri appuntamenti in teatri, sale parrocchiali e spazi non convenzionali, hanno ricreato quell’atmosfera magica, in cui ci si sente spinti contemporaneamente fuori di sé – verso gli altri – e dentro se stessi, in quel bozzolo nascosto in cui riflettere sul serio sulle cose della vita.

Il nostro cervello viene sollecitato ad attivarsi fin dall’inizio, quando lo speaker ci presenta il ranking dei passaporti nel mondo, ricavato confrontando le performance dei documenti, cioè in quanti paesi si possa andare senza dover chiedere un visto o solo con visto all’ingresso. Si va dal passaporto tedesco, che ti permette di viaggiare in libertà in 157 paesi, a quello afghano - fanalino di coda - che se ce l’hai puoi andare solo in tre paesi: Haiti, Micronesia e S.Vincent e Granadine. Noi italiani siamo quarti, e capisci già come va il mondo e quale posto, nonostante tutto il nostro lamentarci, occupiamo noi.
Ma la serata ti colpisce anche allo stomaco, ti emoziona con le storie semplici e contorte delle persone incontrate sulle frontiere che tagliano l’Europa. Bellissima, a mio modo di vedere, l’intervista conclusiva alla giovane responsabile di un campo di transito in Croazia. Un’operatrice per caso, si potrebbe dire, che arriva al campo solo per fare un lavoro come tanti, carica di pregiudizi nei confronti dei migranti. Da lì, il suo percorso di “conversione”, attraverso l’incontro con le persone in carne e ossa, descritto in uno slavo contratto e velocissimo, con parole che arrivano, nette e dirette.

Ecco, lo spettacolo finisce così. Si accendono le luci e anche stasera scroscia un applauso lungo e convinto.
Poi si apre il dibattito e il primo intervento è una doccia gelata: una domanda polemica al sindaco locale perché ha deciso di accogliere due profughi in un appartamento.

No, sul serio: voglio emigrare.
Il passaporto forte ce l’ho, posso scegliere tra  155 destinazioni. Una fortuna sconfinata!

Oliviero Motta

1 commento:

  1. Uno spettacolo è un modo per illustrare una realtà che comprende solo una ristretta minoranza di italiani / e, i pregiudizi sono figli dell'ignoranza sociale diffusa. Italia è sempre stata un paese ottuso verso tutti coloro che hanno avuto una vita diversa dalla loro, le persone non cambiano questo è poco ma sicuro.
    Sono in attesa di ricevere il mio nuovo passaporto

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