28 maggio 2017

Ma ce la fai?

L’idea è circolata per un po’ sotto traccia: dotarci di uno strumento – un questionario? un test? – per misurare la vulnerabilità che ciascuno di noi, chi più chi meno, sperimenta nella propria vita quotidiana. Parliamo di quella fragilità sociale che porta molte famiglie e individui a scivolare, da una vita compensata e regolare, verso la precarietà e infine nella condizione di povertà. Spesso a innescare questa discesa, più o meno rapida, è uno dei life events che possono piombare tra capo e collo: la perdita del lavoro, una malattia, l’appesantirsi dei carichi di cura in famiglia, la separazione della coppia. Ma gli eventi della vita possono colpire ancora più duramente quando la nostra rete sociale è debole, senza sostanza; quando attorno a noi si fa il vuoto di relazione, ecco che siamo molto più vulnerabili: domandare diventa un peso, il pudore e la vergogna rischiano di prevalere e di paralizzare le nostre residue energie.

Ma assieme all’idea della “misurazione” della vulnerabilità, è cresciuta anche la percezione che come operatori sociali avessimo bisogno di uno strumento che facesse anche aumentare la consapevolezza della vulnerabilità sociale. Avevamo e abbiamo bisogno cioè che di vulnerabilità, di fragilità dei legami e delle proprie relazioni si possa parlare con maggiore libertà, proprio perché la comunicazione con le persone – e qualche volta persino con alcune parti misconosciute di noi stessi – contribuisce a propria volta ad aumentare la possibilità di intessere nuova socialità. E ricevere nuovi aiuti, se necessari.
Ci siamo allora messi al lavoro per costruire questo benedetto questionario; perché ci è stato chiaro fin da subito che dovesse essere uno strumento “popolare”, non ad uso di una ricerca più o meno scientifica, ma utile a ciascuno per pensarci su e per diventare più consapevoli.

E’ stato un bel lavoro di gruppo, fatto di brainstorming e di fine ricerca della parola giusta, della domanda più chiara possibile, delle risposte più efficaci nell’aprire squarci di verità nel corso della compilazione. Cervelli fumanti, confronti qualche volta spigolosi tra noi, idee apparentemente geniali che alla riunione successiva si rivelavano assai carenti e deludenti.
Alla fine ne è venuto fuori un test di diciannove domande che spazia dalle cartelle esattoriali incomprensibili, all’individuazione di qualcuno a cui chiedere un consiglio per una decisione molto importante, dalla propensione a impiegare i weekend in compagnia a quella a indebitarsi. Domande molto semplici, confezionate con un linguaggio facile, immediato. In questo ci hanno aiutato anche i comunicatori di professione, che hanno aggiunto quel tocco di leggerezza che dovrebbe facilitare la compilazione e il calcolo dei punti. A sua volta il punteggio finale rimanda a quattro profili di fragilità sociale, dal meno problematico a quello che deve stare un po’ all’occhio in caso di life events ostili.

Da poche settimane è cominciata la sperimentazione nei laboratori di comunità che il progetto ha messo in piedi nei centri civici diffusi nel territorio; vediamo se funziona e se è in grado di generare gli effetti sperati. I primi segnali sono confortanti – in linea di massima le persone si divertono a compilare il test e ne ricavano piacere – ma anche preoccupanti: ci sono persone che si sentono un po’ minacciate anche solo dal titolo (“Ma ce la fai?”) e evitano di terminare il calcolo dei punteggi determinati dalle risposte.

Vediamo, può darsi che la paura di sentirsi e mostrarsi vulnerabili sia ancora più forte di quello che pensiamo. La compilazione in gruppo, attenti a riflettere insieme piuttosto che a misurare la condizione di ciascuno, potrebbe essere una scelta metodologica obbligata. Per aprire un varco e magari scoprire, insieme, che la vulnerabilità non è una malattia da nascondere, ma un dato della nostra comune umanità.
 
Oliviero Motta

1 commento:

  1. mi trovo in una zona dell'Italia centrale - maceratese - dove ho sempre visto persone con una cd vita regolare e tranquilla (casa lavoro famiglia rete amicale ecc)che hanno dei comportamenti molto strani, molestano, fissazione di sguardi, sbirciano nella borsa, nel carrello della spesa, rubano oggetti (reati predatori prevalentemente femminili), inveiscono anche in luoghi pubblici contro enti quali provincia - regione ecc abbaiano anzichè parlare come le persone normali, urlano anche in luoghi pubblici e tanti altri comportamenti asociali. in questo caso il test è assolutamente inutile perchè pur avendo una oggettiva tranquillità esistenziale mandano segnali forti di disagi.
    Abbaiare come cani anzichè parlare è già un segnale di disordini mentali.

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