11 aprile 2017

Poi vennero gli italiani

L’altra sera, con un gruppo di associazioni cittadine, abbiamo presentato il libro di Mattia Civico “Badheea – Dalla Siria in Italia con il corridoio umanitario”. Insieme all’autore, a riflettere insieme sulla realtà dei profughi siriani e sullo strumento dei corridoi, anche Fabio Corazzina di Pax Christi e Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio.
Chi è Badheea? E’ una donna siriana, vedova, madre di nove figli e nonna di venti nipoti, costretta a scappare dalla guerra che ha sconvolto la sua città, Homs, nel nord del Paese. Scappa perché “non volevamo ammazzare né volevamo essere ammazzati”, ma si ritrova in un campo profughi del Libano, senza prospettive di ritorno in patria, perseguitata dalle autorità libanesi che guardano di pessimo occhio il milione e mezzo di profughi siriani accampati in ogni dove nella terra dei cedri.

Nel libro Badheea racconta in prima persona la sua vicenda, con un linguaggio diretto e molto caldo; vi si leggono in trasparenza tutte le emozioni che mano a mano la donna e la sua grande famiglia attraversano: la paura, il coraggio, la solitudine, e alla fine la disperazione. Tutta la loro esistenza racchiusa sotto una tenda di nailon, circondata da altre tende simili. Il vicolo sembra chiuso, senza scampo. “Vedevo i miei figli che non avevano più la forza di andare avanti. Li vedevo spegnersi, senza speranza. Avevano portato sulle spalle un peso enorme e ora non ce la facevano più. Il mare sembrava l’unica strada. Sapevamo  che era pericolosa, ma era certamente più rischioso rimanere lì”.
Poi vennero gli italiani. Attacca proprio così il capitolo che comincia a narrare la svolta nella storia di Badheea. Gli italiani, in questo caso, sono i volontari dell’Operazione Colomba, corpo civile di pace dell’associazione Papa Giovanni XXIII, che decidono di andare a vivere proprio a Tel Abbas, proprio nel piccolo campo che ospita anche la famiglia di Badheea. Nasce così una relazione sempre più stretta tra i volontari e Badheea, una relazione fatta di vicinanza, di ascolto e di qualche piccolo aiuto nelle fatiche quotidiane di chi manca di tutto. Ma è una vicinanza che comincia a nutrirsi anche di interrogativi su come inventarsi strade nuove per costruire pace e per dare una mano alle famiglie più fragili intrappolate nell’inferno dei conflitti. Da lì, da quel “dimorare con” nasce poi l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche e la Tavola Valdese. Da questa alleanza sorge l’idea e poi la realtà del corridoio umanitario, grazie al quale Badheea e altre 92 persone arrivano in Italia alla fine di febbraio dell’anno scorso; senza passare dalle mafie dei barconi, con tutti i documenti per il riconoscimento della protezione internazionale, con un’accoglienza già allestita dalle comunità locali, dalle istituzioni e dalle associazioni trentine.

Un esempio, quello dei corridoi, di umanità, creatività e intelligenza politica che comincia a fare scuola. Non solo la Cei ha firmato con il Governo italiano un secondo accordo, ma la Comunità di Sant’Egidio è ormai all’opera in Francia e in Polonia per organizzare iniziative simili che possano portare in salvo altre migliaia di persone.

Un’esperienza che andrebbe considerata un’eccellenza del made in Italy, proprio come la moda e la cucina. Qui la “ricetta” non fa combinare affari o aumentare il Pil, ma costruisce pace e genera speranza di trovare strade concrete di solidarietà internazionale.
Poi vennero gli italiani. Mica paglia.

Oliviero Motta


 

4 commenti:

  1. il mio scetticismo davanti a nomi come Papa ecc...chiese varie comunità varie mi porta a pensare diffidare sulla buona fede di questi italiani che troppo spesso - ho visto - hanno un 'secondo fine' che non esternano mai - auguro a questa donna e alla sua famiglia di trovare veramente un luogo di rispetto.

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  2. Mio fratello si occupa di una parte molto delicata dei corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant'Egidio, la Tavola Valdese e le Chiese Evangeliche, e va a Tel Abbas a incontrare i profughi e a organizzare il loro viaggio, tra mille difficoltà. Questa "operazione" è un chiaro segno (anche se purtroppo ancora molto piccolo rispetto alla tragedia in corso) di civiltà, umanità e speranza per tutti.

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  3. Grazie per questi tuoi racconti ed il tuo blog,semi concreti di speranza, divulgo tra amici e gruppi con cui condivido impegni e vita. Grazie perché parli sempre di storie e fatti concreti, specifici,ma che aprono ad orizzonti di senso e speranza ampi, l'importante è camminare passo passo....

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  4. Anonimo4/14/2017

    Da sottoporre a televisioni, giornali, fondazioni, altro che super bombe.
    Marina

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