sabato 1 settembre 2012

"Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà"

I libri che leggiamo in vacanza non sono uguali agli altri; riusciamo a dedicar loro più tempo, li teniamo in mano per periodi più lunghi e distesi e quasi sempre essi ci ricambiano con generosità. Alla fine finiamo per identificarli con un posto o con un anno particolari. Non di rado mi capita di pensare a un particolare agosto e di identificarlo con “l’agosto di Guerra e pace”, piuttosto che quello  dei “Pilastri della terra”. Ma avviene anche il contrario: ripensi per caso a un libro e subito ti viene in mente il divano dove l’hai letto, il tempo che faceva, quella certa aria particolare. Quest’estate rimarrà nella mia memoria per tante cose, tra le quali  il libro di Fulvio Ervas: “Se ti abbraccio non aver paura”.
Si tratta di un romanzo, che racconta però la storia vera di un viaggio attraverso l’America; un classico, se vogliamo: coast to coast, on the road.
Una moto e due protagonisti: Franco Antonello e suo figlio Andrea. Autistico.
Le mie vacanze sono molto lontane dal viaggio avventuroso, dai continui spostamenti da un albergo all’altro, dai chilometri divorati con voracità che scandiscono il romanzo di Ervas; sono il tempo disteso del vuoto, é relazione tra amici fidati, è allentamento fino all’estremo di impegni e scadenze. Forse per questo il libro  mi ha colpito subito così tanto: un padre che decide di avventurarsi in un viaggio americano con il figlio autistico, appena maggiorenne. Ignora il consiglio di amici, parenti e medici a stare tranquillo, a trascorrere un periodo di riposo garantendo ad Andrea punti di riferimento certi; e invece si lancia in un’avventura che parte da Miami e finisce niente meno che in Brasile.
“Per certi viaggi – sono le prime righe – non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima. Quindici anni fa stavo tranquillo sul treno della vita, comodo, con i miei cari, le cose che conoscevo. All’improvviso Andrea mi scuote, mi rovescia le tasche, cambia le serrature delle porte. Tutto si confonde. Sono bastate poche parole: <Suo figlio probabilmente è autistico>. Allora scoppia un uragano, due uragani, sette tifoni. Da quel momento sei nella bufera”.
Nel libro ci sono tutti gli ingredienti del grande viaggio sulla frontiera: gli inconvenienti, il caldo e il maltempo, i guasti al motore e i grandi tramonti. Ma su tutto, c’è questo figlio dai comportamenti singolari, che conosce le persone toccando loro la pancia, non sopporta bottiglie piene a metà e strappa i fogli di carta facendone coriandoli. Ho ammirato molto il coraggio di Franco e sono rimasto affascinato dalla libertà che si respira in tutto il libro: libertà di andare dove si vuole, e libertà dai pregiudizi che la malattia mentale si porta con sé. Intendiamoci, il racconto si dipana senza nascondere difficoltà, ansie e complicazioni, ma riesce a far prevalere, appunto, l’aspirazione alla libertà e all’incontro vero tra le persone. Davvero un bel modo di parlare di disabilità.
I pezzi insuperabili, dal mio punto di vista, sono i dialoghi – rigorosamente veri – che padre e figlio creano attraverso un portatile: battute surreali e scambi di una profondità talvolta fulminante.
Non so come mai, ma dentro di me – negli anni -  si è formata l’immagine del bambino autistico (solo del bambino), misterioso e inavvicinabile. Tutto sommato inconsapevole della propria malattia. Attraverso i dialoghi compulsati sulla tastiera, mi si è aperto invece un nuovo mondo.
Alla fine senti vera una delle conclusioni di papà Franco: “Tutti noi abbiamo elaborato, da millenni e millenni, complicati filtri per difenderci dal flusso degli eventi. Siamo pieni di calendari, orologi, convinzioni religiose, creme antirughe, auricolari contro il dolore altrui, biglietti per il paradiso e il purgatorio. Accettiamo cambiamenti con moderazione e quelli di grande portata meglio che accadano una o due volte al secolo. Non a casa nostra. C’è più di qualche goccia di autismo in ognuno di noi”


Se hai tre minuti di tempo puoi vedere il bel video del viaggio di Franco e Andrea, "Se ti abbraccio non aver paura", cliccando qui.

2 commenti:

  1. micaela9/04/2012

    Sai Oliviero ho letto anch'io questo libro, durante queste mie vacanze...sono stata un pò indecisa se farlo o se darmi a letture "più leggere" preoccupata di non riuscire a"staccare" dalla comunità tuffandomi in una lettura che sapevo essere, per me, richiamo di forti emozioni...e invece il libro mi ha "presa" coinvolgendomi ma anche "liberandomi" confermandomi che,spesso,le imprese più impossibili, più rischiose, meno condivisibili, sono anche, inevitabilmente, le più vere e le più "utili"..e ho sentito la grande sfida della comunicazione al di là delle parole e delle convenzioni e la grande capacità di entrare, rispettosamente, nel mondo dell'altro, a volte così lontano dal nostro ....e c'è un grande parallelismo con ciò che ogni giorno tentiamo di fare in comunità, non credi?

    RispondiElimina